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Cosmetics Division - Le nostre resine.

Gli incensi sono delle gomme-resine naturali che essudano dalla corteccia di alcune specie di alberi.
Queste gomme-resine sono oggetto di commercio fin dall’antichità e il loro uso ha accompagnato la nascita, la crescita e il declino di numerose civiltà. l’incenso era conosciuto dagli antichi Egizi, dai Greci e dai Romani, come anche da molti popoli indo-orientali. tracce evidenti dell’importanza attribuita al suo commercio dai popoli antichi, sia via mare, attraverso l’Oceano Indiano, che via terra lungo le carovaniere della penisola Arabica, sono presenti in numerosi siti archeologici delle coste del Mediterraneo e del Mae Rosso, come pure all’interno della penisola Arabica, in Africa e in India.
L’incenso, molto richiesto e apprezzato dai Romani fino alla caduta dell’Impero, andò in disuso in Europa durante il Medio Evo per poi essere nuovamente utilizzato dal Rinascimento fino ai giorni nostri, soprattutto nelle cerimonie religiose e in numerose attività domestiche ed industriali.

L’INCENSO NEI TEMPI ANTICHI

L’antico Egitto e la terra di Punt

La terra di Punt, mitico eldorado da cui giungevano incenso e mirra, è citata per la prima volta nella “Stele di Palermo” che risale ai tempi del faraone Sahurè (2450 ca. a.C.). e’ la più antica testimonianza di come già gli Egizi fossero in grado di compiere lunghi tragitti in terre lontane per rifornirsi di prodotti esotici e di merci preziose.
Numerose sono anche altre iscrizioni, posteriori alla Stele, che riferiscono di viaggi verso la terra di Punt, prima navigando il Nilo, poi via terra con le carovane fino alla costa del Mar Rosso, da dove il viaggio proseguiva via mare.
Durante il regno della regina Hatschepsut (1473 - 1458 a.C.) l’Egitto rivolse grande attenzione alla terra di Punt. I bassorilievi del tempio di Amon, situato a Deir-el Bahri nei pressi di Tebe, raffigurano minuziosamente il viaggio di 5 navi verso la terra di Punt da cui furono riportati mirra, oro, avorio, legni pregiati, animali e alberi di incenso da piantare e coltivare presso il tempio di Amon.
Ma dove era Punt ? da alcuni essa viene identificata con le coste nord-orientali della Somalia, all’altezza del Golfo di Aden, per altri era una terra situata nel basso Sudan, al confine con l’Etiopia, fra il Nilo Azzurro, il golfo di Zula e Port Sudan. Lo scavo di Mersa Gawasis, porto egiziano sul Mar Rosso, iniziato nel 2001, ha portato alla scoperta di corde e resti di navi che l’archeologo Fattovich attribuisce alle navi della regina Hatshepsut; fra i materiali riportati alla luce ci sono parti di fornaci e di magazzini, iscrizioni varie e resti di ceramiche, datati intorno al 1500 a.C., provenienti dalla Somalia e dallo Yemen. Ciò fa presupporre che Punt non fosse lungo le coste del Mar Rosso, in corrispondenza dell’odierna Eritrea, ma molto più lontano, lungo le coste africane della Somalia e quelle arabiche dello Yemen.

Gli antichi Greci e i Persiani

Fra i primi storici a parlare dell’incenso troviamo Erodoto di Alicarnasso (484 a.C.), il quale descrive l’Arabia come luogo di produzione di incenso e di mirra e riporta che gli Arabi pagavano a Dario, re di Persia, un tributo volontario di 1000 talenti di incenso (25 tonnellate). Sempre Erodoto ci dice che l’incenso giungeva in Grecia con le navi dei Fenici. Lo storico greco ci dà una descrizione precisa dell’area geografica in cui crescono le piante dell’incenso, posta all’estremità del Mare Eritreo, sulle colline dell’Arabia, lontana mesi di viaggio da Eliopoli, la città del sole (attuale Tell Hisn a pochi km dal Cairo). Interessanti sono anche le notizie che egli ci dà sull’uso dell’incenso; per esempio ci dice che gli antichi Egizi nell’imbalsamazione dei defunti utilizzavano mirra, cassia ed altre spezie,ma non l’incenso; che (ai suoi tempi) le donne degli sciti lo pestano insieme ad altri aromi per ricavarne unguenti per il corpo e maschere di bellezza e i Caldei lo bruciano in onore del Dio Baal.
Accanto a notizie concrete non mancano anche fantasie, riprese poi anche da autori posteri e sopravvissute fino ai tempi moderni presso le popolazioni locali, come ad esempio che gli alberi di incenso sono guardati da serpenti velenosi e che l’aria stessa vicino ad essi è velenosa.
Successivamente anche Teofrasto (371 - 287 a.C.) parla dell’incenso degli Arabi e dice che esso cresce a Saba, Adramyta, Citibaena e Mali. Come in parte quelle di Erodoto, le sue descrizioni sono un misto di verità e fantasia: vero è per esempio che l’incenso si ottiene per incisioni fatte sulla corteccia degli alberi e che le montagne dove questi crescono appartengono ai Sabei, ma meno veritiero è il colore “trasparente” della resina sgorgante e del tutto fantasiosa la forma della foglia “simile al pero”. Da tutto ciò si evince che fin dal IV secolo a.C. Greci e Persiani avevano acquisito la consapevolezza che l’Arabia fosse il paese da cui proveniva l’incenso, informazione probabilmente ottenuta dai mercanti fenici che via mare percorrevano il Mar Rosso, fino all’Oceano Indiano e dai mercanti arabi che, attraverso le carovaniere interne della Penisola Arabica, portavano l’incenso fino a Gaza, porto sul Mediterraneo.
In questo stesso periodo non si hanno informazioni sulla provenienza dell’incenso dall’Etiopia e dall’Eritrea.

La dinastia Tolemaica dell’Egitto

Dopo un periodo di decadenza durato alcuni secoli, la via commerciale del Mar Rosso riprese vigore con la dinastia Tolemaica intorno al 300 a.C.
Furono fondati nuovi porti lungo le coste dell’Eritrea controllate dagli Egiziani, da cui ripresero vigore le rotte marittime verso l’Arabia meridionale, la Somalia e l’India. L’interesse dei Tolomei era rivolto ai prodotti esotici, incenso compreso, non meno che alla cattura degli elefanti da inpiegare come “macchine da guerra” per tenere soggiogati i popoli del loro vasto impero. Sotto Tolomeo II fu fondato il porto di Aqiq, da dove gli elefanti venivano trasferiti al porto di Berenice e poi a Tebe e Menfis. Sotto Tolomeo III fu fondato il porto di Adulis, dato che quello di Aqiq non era più sufficiente a contenere il traffico di elefanti e di prodotti commerciali. I porti creati lungo il Mar Rosso permisero, anche dopo la decadenza della dinastia Tolemaica, che il commercio dell’incenso e degli altri prodotti esotici continuasse ad opera di navigatori greci e romani, che, come privati imprenditori, continuarono a far giungere queste preziose merci fino al Mediterraneo e
a Roma.

Roma e L’Arabia felix

Con la decadenza della dinastia Tolemaica, intorno al 100 a.C., si rafforza l’egemonia sull’Egitto da parte dei Romani. Tale egemonia è proprio legata al desiderio di ottenere il controllo delle vie commerciali del Mar Rosso e dei prodotti esotici la cui domanda era a Roma in ascesa vertiginosa.
Infatti, dopo aver sottomesso la Spagna, la Gallia ed alcuni dei Paesi est europei, Roma manifestò un crescente interesse per il sud del mondo allora poco conosciuto, da cui però, attraverso i commerci marittimi e terrestri, giungevano prodotti importanti quali spezie, avorio, mirra, incenso e animali esotici.
I Romani avevano appreso dai Greci e dagli Egizi una conoscenza sommaria, talora fantasiosa, dei paesi dell’Arabia meridionale e dell’India, ma alla fine del I secolo a.C., Roma si trovò pronta a tentare la conquista di tali territori. Così, intorno al 26-25 a.C., fu allestita per ordine di Augusto una spedizione militare al comando di Elio Gallo contro le popolazioni Sabee dell’Arabia meridionale, allo scopo di scoprire prima e di impossessarsi poi del “paese degli aromi”.

La spedizione, però si arrestò nei pressi di Marib; i soldati romani, benchè vicini alla meta (a pochi giorni di cammino), desistettero dal proseguire a causa dei forti disagi e delle malattie.
Nel periodo aureo di Roma, molte delle informazioni sul commercio dell’incenso le dobbiamo a Strabone (54 a.C. - 24 d.C.) e a Plinio il Vecchio (23 - 79 d.C.). Secondo Plinio la regione che produce l’incenso è L’Arabia e soprattutto quella parte abitata dai Minei e dai Sabei (attuale Yemen).

Gli alberi dell’incenso crescono su alte colline e in valli profonde, con poche sorgenti; tutta l’area è sacra e solo poche famiglie hanno il privilegio di raccogliere la resina. Plinio descrive in maniera corretta i metodi di raccolta dell’incenso (sono gli stessi usati ancora oggi) e le stagioni più propizie.

E’ evidente che lo storico romano ha avuto notizie del tutto attendibili, seppure di seconda mano, probabilmente dai mercanti dediti al commercio di questa resina che percorrevano le carovaniere interne della Penisola arabica o dai marinai che navigavano lungo le rotte del Mar Rosso, fino al Mediterraneo.
Plinio aggiunge che ai suoi tempi nessun latino è ancora a conoscenza di come sia fatto l’albero dell’incenso: puntualizzazione di un certo interesse se si pensa all’uso intenso che da secoli ormai veniva fatto di questa resina. Molto dettagliate sono inoltre le informazioni che lo storico romano ci ha lasciato sulle rotte marittime del Mar Rosso: il viaggio di andata iniziava ad Alessandria e navigando il Nilo si giungeva alla dogana di Coptos. Da qui le mercanzie venivano caricate sui dromedari e, attraverso il deserto, portate al porto di Myos Hçrmos (attuale Kosseir) o di Berenice.
Da qui, navigando il Mar Rosso, si raggiungeva l’Oceano Indiano, stando attenti a partire nella stagione propizia per poter sfruttare, una volta raggiunto l’Oceano, il monsone di So che spingeva velocemente le navi in direzione dell’India. Il viaggio di ritorno poteva essere intrapreso solo con l’inversione del monsone e pertanto, fra andata e ritorno, veniva impiegato un intero anno.

Il traffico era talmente intenso da coinvolgere 120 navi l’anno. Al ritorno le navi erano cariche di spezie, incenso, mirra, animali e prodotti esotici di vario tipo, tutti considerati beni di lusso, a cui ormai la civiltà romana non poteva più rinunciare e che le costavano, secondo Plinio, 50 milioni di sesterzi in oro all’anno.

Il Rinascimento

Nel periodo rinascimentale europeo, con la ripresa dei commerci marittimi e nei secoli successivi con l’apertura di nuove rotte e l’esplorazione di nuove terre, diventa ormai chiaro che l’Arabia meridionale e le prospicienti coste africane sono le aree dove crescono gli alberi di incenso e mirra.
Numerose testimonianze di ciò si trovano in esploratori e navigatori del XV e XVI secolo; tale consapevolezza si rinforza poi nel XVII e XVIII secolo con le testimonianze di Lobat (1728) e Celsius (1748), tuttavia ancora nessuno, come riferisce Niebuhr (1774), ha dato una descrizione precisa dell’albero e dei suoi particolari morfologici (foglie, fiori, frutti). Davvero sorprendente la completa ignoranza della fonte (l’albero) di un prodotto (l’incenso) ormai noto e in uso da più di 3.500 anni in tutte le grandi civiltà mediterranee e medio-orientali susseguitesi in questo lungo arco di tempo.

Bisogna arrivare all’inizio del XIX sec. perchè in Europa si abbia finalmente la prima descrizione scientifica dell’albero dell’incenso. Nel 1805 finalmente Bruce raffigura una pianta di incenso raccolta presso Tacazze (Etiopia).....

(tratto da “L’incenso tra mito e realtà” del Centro Studi Erbario Tropicale di Firenze)

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